“Un movimento di rottura”
30 anni di Lega in Governo
Ne parliamo con alcuni protagonisti di quel 1995: Pantani, Foletti e Castelli
Quando la Lega vide la luce, ad inizio dell’ormai lontano 1991, i soliti “esperti” (politici e giornalisti) dissero che sarebbe durata qualche mese: il medesimo pronostico, clamorosamente toppato, che venne formulato l’anno precedente, in occasione della nascita del Mattino.
Invece, già alle prime elezioni cantonali cui si presentò, quelle dell’aprile 1991, la Lega ottenne un risultato di tutto rispetto, mancando l’ingresso in Consiglio di Stato solo per qualche punto percentuale. La crescita proseguì impetuosa ai successivi appuntamenti con le urne: le federali del 1991, in cui la Lega portò Flavio Maspoli e Marco Borradori in Consiglio nazionale e Giorgio Morniroli al Consiglio degli Stati, e le comunali del 1992, che permisero al Movimento di staccare seggi in numerosi municipi, città incluse (due posti nell’Esecutivo di Lugano, con Marco Borradori e Giorgio Salvadé, tanto per dirne una).
Arrivarono poi le elezioni cantonali del 1995. Furono caratterizzate dall’accesa competizione tra Borradori e Maspoli, con Flavio che organizzò pure un tour elettorale in torpedone. A spuntarla, come pronosticato dal Nano, fu tuttavia un giovane Marco Borradori, soprannominato “il volto pulito della Lega” che divenne così il primo – e popolarissimo – Consigliere di Stato del Movimento. Per la Lega, la sua elezione fu un vero terno a lotto.
In questi 30 anni di governo, la Lega, come un fiume in piena, ha scolpito il territorio politico del Ticino, arricchendolo di successi, insegnamenti e ammettiamolo… anche di qualche inciampo. Ne parliamo con chi ha vissuto quell’anno, il 1995, come la prima campagna politica o l’inizio della propria carriera politica dietro i banchi del Palazzo delle Orsoline: Roberta Pantani, Michele Foletti e Christian Castelli.
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Roberta Pantani
“Borradori, una grande sorpresa”
Sono passati 30 anni dall’ingresso della Lega dei Ticinesi in Consiglio di Stato. Qual è la prima sensazione che prova ripensando a quel periodo?
Sembra incredibile, ma mi sembra ieri. Il tempo è volato e mi sconvolge pensare che sono già passati tre decenni. La Lega, sin dal suo ingresso in politica, ha rappresentato una forza dirompente, capace di sconvolgere non solo il panorama politico cantonale, ma anche la mentalità dei cittadini ticinesi. Già con l’uscita del Mattino della Domenica, nei primi anni ’90, si era capito che qualcosa stava cambiando. Poi, con l’elezione di Marco Borradori in Consiglio di Stato, il cambiamento è diventato realtà.
Nel 1995 molti si aspettavano l’elezione di Flavio Maspoli, ma alla fine fu Marco Borradori a conquistare il seggio. Che ricordi ha di quella campagna elettorale?
Fu una grande sorpresa. Marco Borradori vinse giocando da outsider, mentre tutti davano per scontato l’ingresso di Maspoli in governo. Maspoli non la prese benissimo, ma quello fu l’inizio della carriera politica sfavillante di Borradori. Personalmente, quella campagna l’ho vissuta da lontano, anche perché in famiglia c’era mio padre che per la prima volta si presentava per il Gran Consiglio – e fu brillantemente eletto – e poi perché ero incinta del mio secondo figlio.
Con l’ingresso della Lega in Consiglio di Stato cambiarono anche gli equilibri di potere. Come visse quel momento?
Ci fu un vero e proprio scossone nel sistema politico ticinese. Un cambiamento che si rifletté anche nelle nomine nei consigli di amministrazione degli enti statali e parastatali. Ricordo bene che alla fine del ’96 ricevetti una telefonata: “Vai in BancaStato.” E io, semplicemente, obbedii. Era un periodo in cui si vedevano cambiare molte cose, e la Lega si trovò improvvisamente a dover gestire il potere, con tutte le responsabilità che ne derivavano.
In questi anni la Lega ha fatto tante promesse. C’è qualcosa che secondo lei non è stato mantenuto?
Sarò scontata, ma sui radar non abbiamo fatto una gran figura. All’inizio combattevamo contro le imposizioni dall’alto con la Carovana della Libertà, denunciavamo le restrizioni e difendevamo i cittadini. Poi, alla fine, ogni ticinese si è ritrovato a pagare multe per eccesso di velocità. È una cosa che ancora oggi mi disturba. Ci tengo a precisare che io non ho mai preso un radar e non mi è mai stata ritirata la patente, ma il punto non è questo: il problema è che abbiamo dato un messaggio e poi non siamo riusciti a mantenerlo fino in fondo.
La politica è cambiata molto rispetto a 30 anni fa. Come vede le nuove generazioni di leghisti?
Oggi vedo meno grinta, meno determinazione. Quando noi abbiamo iniziato, dovevamo farci conoscere e far sentire la nostra voce in modo concreto, perché non c’erano i social dove bastava postare una foto per farsi notare. Bisognava metterci la faccia, e questo ha significato anche ricevere tanti colpi, non solo metaforici. Io, Foletti, e tanti altri abbiamo preso “calci nei denti” – per non dire altrove – e siamo andati avanti lo stesso. Oggi ho la sensazione che se un giovane entra in politica e dopo due settimane prende una critica, lascia perdere.
Guardando indietro, ha qualche rimpianto?
Nessuno. Ho sempre creduto in quello che ho fatto, e i fatti mi hanno dato ragione. Se tornassi indietro, rifarei tutto esattamente allo stesso modo. La Lega mi ha insegnato tanto, mi ha forgiato e mi ha fatto diventare la persona che sono oggi.
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Michele Foletti
“Abbiamo cambiato la politica ticinese”
Michele Foletti, lei nel 1995 era alla sua prima candidatura. Che ricordi ha di quella campagna?
Per me era la prima volta in lista per il Gran Consiglio. I reduci della storica lista del ’91 c’erano ancora, come Max Robbiani e ovviamente Antonella Bignasca. Ricordo anche il clima acceso di quegli anni: Flavio Maspoli aveva aperto L’Altra Notizia e iniziato ad attaccare duramente Marco Borradori, accusandolo di essere un leghista annacquato.
E lei come visse questa tensione interna?
Mi ritrovai nel mezzo. Un giorno mi intervistarono a TeleTicino – o forse si chiamava ancora Telecampione – e io difesi pubblicamente Borradori. Maspoli, inutile dirlo, non la prese bene. Dopo la vittoria di Marco, Maspoli era capogruppo in Gran Consiglio e me la fece pagare: nonostante la mia buona elezione, mi confinò per quattro anni nella Commissione bonifiche fondiarie.
Guardando alla Lega di oggi, si riconosce ancora in quel movimento?
No, la Lega di allora e quella di oggi sono due cose completamente diverse. Ai tempi era un movimento di ribellione contro un sistema politico vecchio, clientelare. C’erano i “tavoli di sasso”, dove i presidenti di due o tre partiti decidevano le sorti del Cantone. Noi abbiamo rotto quel sistema.
Questo cambiamento è stato un successo o un limite?
Un successo, perché la Lega ha costretto tutti a cambiare modo di fare politica. Certo, oggi non avrebbe più senso riproporre quella stessa Lega barricadera. Sarebbe antistorico.
Alcuni, però, dicono che, entrati nelle stanze dei bottoni, abbiate perso lo spirito originario.
È normale. Quando hai responsabilità di governo, devi comportarti in modo diverso. Il problema è che oggi tutti i partiti preferiscono stare all’opposizione piuttosto che governare. Se si vuole davvero tornare a essere barricaderi, allora bisogna uscire dal governo e fare solo opposizione. Ma è davvero la soluzione migliore?
C’è una promessa della Lega che non è stata mantenuta?
Due, direi: le casse malati e i frontalieri. Non potevamo certo risolverli da soli. Ma si poteva spingere di più. Il problema delle casse malati, poi, non lo risolverà mai nessuno!
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Christian Castelli
“Sono ricordi indelebili”
Qual è il primo ricordo di quel periodo?
Così di primo acchito direi che la campagna elettorale del 1995 fu caratterizzata da un grande fermento politico. Con l’entrata di un nuovo movimento politico – guai a chiamarlo partito – in Ticino la domanda che si poneva non era tanto se, ma fino a che punto la Lega avrebbe cambiato gli equilibri in essere.
La passione per la politica, per certi versi, travalicava quanto il politico potesse effettivamente influenzare.
Anche grazie ad un approccio diretto, a tratti provocatorio, temi quali le questioni locali, il lavoro, l’economia e l’identità culturale la fecero da padroni in quella campagna elettorale di 30 anni fa.
Ha un aneddoto della campagna?
I ricordi sono quelli di comizi molto animati, di dibattiti politici accesi, candidati che cercavano visibilità in un mondo senza ‘social’. A quel tempo la differenza la faceva la stampa scritta e parlata. Se fare campagna con visibilità mediatica non assicurava il successo, farlo senza garantiva la sconfitta. In questo il fatto che fossi anche candidato al Consiglio di Stato, oltre che in Gran Consiglio, fu sicuramente di aiuto. Anche perché mezzi finanziari – all’epoca ero studente – non ne avevo per cartelloni o santini.
Dunque dovetti sfruttare l’unica apparizione in televisione per profilarmi. E, seppur a distanza di 30 anni, l’aneddoto che meglio ricordo è questo: accadde che mio padre un giorno mentre pranzavamo in famiglia mi raccontò che quella mattina, mentre si recava in bus in città, un suo conoscente lo salutò chiamandolo per cognome. Di lì a breve una persona che non lo conosceva gli chiese se fosse parente del ‘Castelli il giovane candidato che partecipò la sera prima al dibattito in TV’. Mio padre disse che era suo figlio e lui gli chiese di farmi i complimenti.
Se ho imparato qualcosa da quell’episodio, è che nella vita uno deve sempre cercare di dare il meglio di sé. Sembrerà vano, ma qualcuno che osserva e che apprezza c’è sempre. E a lungo andare questo aiuta a coltivare professionalità, disciplina e competenze.
(Il Mattino della domenica, 30 marzo 2025)